Saggezza

Sarò distrutto io con la mia casa

Or Dina, la figlia che Lea aveva partorito a Giacobbe, uscì per vedere le figlie del paese. E Sichem, figlio di Hamor lo Hivveo, principe del paese, vedutala la rapì, si coricò con lei e la violentò. (Genesi 34:1-2)

Giacobbe, dopo tante dimostrazioni della bontà di Dio, contrariamente alle indicazioni divine, si stabilì prima a Succot e poi a Sichem. Dio, però, gli aveva detto di stabilirsi a Betel.

Io sono il Dio di Betel, dove tu versasti dell’olio su una pietra commemorativa e mi facesti un voto. Ora àlzati, parti da questo paese e torna al tuo paese natìo. (Genesi 31:13)

Con un atteggiamento del genere, quale timore di Dio poteva inculcare nei figli? Quale disciplina santa potevano vedere nel genitore? La loro condotta la notiamo in Dina e come i suoi fratelli fanno poca stima delle cose divine. Non era legittimo ricorrere a stratagemmi ed era riprovevole l’uso che essi fecero del particolare segno di distinzione.

Allora i figli di Giacobbe risposero a Sichem e a Hamor suo padre e parlarono loro con astuzia, perché Sichem aveva disonorato Dina loro sorella, e dissero loro: «Non possiamo fare questa cosa, e cioè dare la nostra sorella a uno che non è circonciso, perché questo sarebbe per noi un disonore. Soltanto a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta: se voi diventerete come noi, facendo circoncidere ogni maschio tra voi. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre figlie, abiteremo con voi e diventeremo un sol popolo. Ma se non ci volete ascoltare e non vi volete far circoncidere, noi prenderemo la nostra figlia e ce ne andremo». (Genesi 34:13-17)

Quest’atto aggiunse nuovo affanno e dispiacere a Giacobbe e le sue parole manifestano un animo inquieto e preoccupato, incompatibile con la vera fede in Dio.

Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: «Voi mi avete messo nei guai rendendomi odioso agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Perezei. Siccome noi siamo in pochi, essi si raduneranno contro di me e mi daranno addosso, e io e la casa mia saremo sterminati». Ma essi risposero: «Doveva egli trattare nostra sorella come una prostituta?». (Genesi 34:30-31)

Giacobbe, oltre a biasimare Simeone e Levi, avrebbe dovuto farsi un esame di coscienza e chiedersi perché si era stabilito a Sichem.
Quanti credenti vediamo colpiti da dispiacere e affanni a causa della loro infedeltà e li udiamo accusare le circostanze invece di giudicare se stessi! Tanti genitori gemono e sono angosciati nel vedere la turbolenza, l’insubordinazione e la mondanità dei loro figli, ma spesso non debbono biasimare altri che se stessi, perché non hanno camminato fedelmente davanti a Dio nella loro famiglia.

Per il credente, è una grazia riconoscere i frutti dei propri errori e provare quanto sia amaro allontanarsi, o mantenersi a distanza dal Dio vivente. Soltanto allora, come Giacobbe, toglieremo gli idoli dalla nostra casa e torneremo a vivere un’esistenza in intimità con Dio.

DIO disse a Giacobbe: «Levati, sali a Bethel e dimora là; e fa’ in quel luogo un altare al Dio che ti apparve, quando fuggivi davanti a tuo fratello Esaù». Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a tutti quelli che erano con lui: «Rimuovete dal vostro mezzo gli dèi stranieri, purificatevi e cambiate le vostre vesti; poi leviamoci e andiamo a Bethel, e io farò là un altare al Dio che mi esaudì nel giorno della mia avversità e che è stato con me nel viaggio che ho fatto». Allora essi diedero a Giacobbe tutti gli dèi stranieri che avevano e gli orecchini che portavano agli orecchi; e Giacobbe li nascose sotto la quercia che si trova vicino a Sichem. (Genesi 35:1.4)

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