Tutto dal perdono

Alcune bande di Siri, in una delle loro incursioni, avevano portato prigioniera dal paese d’Israele una ragazza che era passata al servizio della moglie di Naaman. (2 Re 5:2)

Nahaman era un generale siriano malato di lebbra. Quando si recò dal profeta Eliseo, quest’ultimo mandò a dirgli per mezzo di un suo servo di tuffarsi sette volte nel fiume Giordano. Il generale, adiratosi per l’irriverente trattamento, voleva tornare in Siria, ma, dopo i consigli dei suoi uomini, accettò di tuffarsi nel fiume. La sua carne lebbrosa “tornò come quella di un piccolo fanciullo” (2 Re 5:14).

Questa avvincente storia a lieto fine nasce da un principio di perdono. Da parte di chi? Nahaman non avrebbe mai gustato una nuova esistenza (la lebbra conduce inesorabilmente alla morte) se la fanciulla ebrea al suo servizio non lo avesse perdonato.

Ella era stata fatta prigioniera durante una razzia, e, data la sua giovane età, avrebbe avuto ancora bisogno della sua mamma, del suo papà, delle sue amiche, dei suoi giochi. I fatti ci dicono che era stato proprio Nahaman l’artefice della sua sofferenza.

Questa storia ci insegna che chi ha Dio nel cuore non potrà mai “conservare” in perpetuo odio e rancore. Il cuore della fanciulla era spezzato dal dolore, ma la notizie che ella serbava in cuore suo non poteva essere celata. Nemmeno ad un nemico: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che sta a Samaria! Egli lo libererebbe dalla sua lebbra!» (2 Re 5:3). Così fu, grazie al perdono.

M.A.

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