Naomi

Naomi, donna appartenente ad una rispettabile famiglia israelita, per sfuggire alla carestia aveva seguito il marito e i figli, andando a vivere nel paese montuoso di Moab, un paese idolatra.

Ma la colpirono molte disgrazie. Tutti i suoi cari morirono, e Dio le mostrò che quella scelta non era stata conforme alla sua volontà. Così Naomi torna a Betlemme e lì, nell’umiliazione, incontra dei conoscenti. Questi la salutano con il suo nome. Naomi, che significa dolcezza.

E lei rispondeva: «Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza. Io partii nell’abbondanza, e il SIGNORE mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il SIGNORE ha testimoniato contro di me, e l’Onnipotente m’ha resa infelice?» (Rut 1:20-21)

Sono parole che esprimono la sofferenza del suo cuore, ma quando si riconosce la mano dell’Onnipotente nella propria vita, c’è già della consolazione. Naomi capisce che non si tratta di un destino avverso o della colpa di altri: è il volere di Dio.

Ai giorni nostri, quando capita qualcosa di terribile la gente dice: “Come può Dio permettere una cosa simile?”

Naomi parla in modo diverso. Ella sa che le sue sofferenze provengono dalla mano di Dio, e questo la conforta, le dà coraggio e le fa riscoprire quel Dio dal quale si era allontanata.

Anche noi possiamo sentirci umiliati e turbati in determinate circostanze, che forse sono frutto di un cammino in cui abbiamo seguito la nostra volontà. Allora è bene che facciamo come Naomi e diciamo: “Il Signore ha da insegnarmi una lezione con questa prova!”

Ecco la base di un nuovo inizio nei rapporti con Lui. Naomi farà poi l’esperienza della benedizione di Dio, che aveva apprezzato il suo umile atteggiamento.

La sua grazia è anche a nostra disposizione, se riconosciamo e confessiamo le nostre colpe.

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