Libertà di parola

Lo Spirito del Signore, l’Eterno, è su di me, perché l’Eterno mi ha unto per recare una buona novella agli umili; mi ha inviato a fasciare quelli dal cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli in cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri, a proclamare l’anno di grazia dell’Eterno e il giorno di vendetta del nostro DIO, per consolare tutti quelli che fanno cordoglio, per accordare gioia a quelli che fanno cordoglio in Sion, per dare loro un diadema invece della cenere, l’olio della gioia invece del lutto, il manto della lode invece di uno spirito abbattuto, affinché siano chiamati querce di giustizia, la piantagione dell’Eterno per manifestare la sua gloria. (Isaia 61:1-3)

In tutte le carceri vi sono reparti nei quali i detenuti vivono rinchiusi in celle d’isolamento. Lì è vietato parlare gli uni con gli altri e le ore d’aria giornaliere sono soltanto due. Una al mattino ed una al pomeriggio.

Giuseppe, un uomo che amava Dio e serviva Gesù, finì in uno di quei reparti a causa di reati legati al passato. Da quando era arrivato in quel luogo, aveva cominciato ad annunciare la Parola di Dio e a testimoniare di come Gesù aveva trasformato radicalmente la sua vita.

Durante gli incontri settimanali, mi raccontava entusiasta di come, nonostante i severi divieti, gli agenti di guardia gli permettessero di parlare con gli altri detenuti dall’interno della sua cella. Per tale ragione, anche gli agenti ascoltavano il messaggio dell’Evangelo.

La sua permanenza in cella di isolamento non durò a lungo. Lo trasferirono in un altro istituto penitenziario. Fu quello un breve, ma intenso momento di comunione fraterna. Dal canto suo, Giuseppe fu incoraggiato a credere che quella detenzione improvvisa era stata valuta da Dio per portare a compimento un altro Suo glorioso disegno.

Quanto a me, ho rafforzato la mia fede e la mia convinzione che nessuno potrà mai “imbavagliare” la Parola dell’Eterno.

M.A.

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