Turbato, oppresso da tristezza mortale

Allora egli disse loro: «L’anima mia è profondamente triste, fino alla morte; restate qui e vegliate con me». (Matteo 26:38)

Così p stato per il nostro prezioso Salvatore quando giunse di fronte a “quell’ora”, cioè l’ora della croce. Là, nell’orto di Getsemani, ne ha realizzato in anticipo tutto l’orrore. Era solo e aveva pregato.

E, andato un poco in avanti, si gettò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, allontana da me questo calice; tuttavia, non come io voglio, ma come vuoi tu». (Matteo 26:39)

I discepoli che aveva condotto con sé, per la tristezza, si erano addormentati.

Alzatosi poi dalla preghiera, venne dai suoi discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza, e disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione». (Luca 22:45-46)

Quel calice era la somma delle sofferenze che il Signore Gesù doveva attraversare, infatti, per compiere la volontà di Dio, stava per subire sulla croce il castigo dei nostri peccati.

Dobbiamo considerare seriamente queste cose. Ciò che opprimeva l’anima del Signore non era solo la prospettiva delle sofferenze e della morte, e l’ingiustizia che doveva subire da parte degli uomini. Ma, cosciente come soltanto Lui poteva esserlo – Lui che non ha conosciuto peccato – di tutto l’orrore del peccato agli occhi di Dio, doveva accettare di essere trattato come il peccato merita di essere tratto dal Dio santo e giusto.

Poiché egli ha fatto essere peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui. (2 Corinzi 5:21)

Ecco di cosa è fatto il suo insondabile dolore, tant’è che, in quel momento terribile, gli apparve un angelo per rafforzarlo.

Allora gli apparve un angelo dal cielo per dargli forza. (Luca 22:43)

 

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