Dio infatti parla in un modo o nell’altro, ma l’uomo non ci bada: in un sogno, in una visione notturna, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando stanno assopiti sui loro letti. (Giobbe 33:14-15)
Durante il terribile periodo dei Khmer rossi, un giovane di nome Song dovette fuggire dalla Corea del Nord per scampare al genocidio e rifugiarsi in Tailandia. Su venticinque compagni di fuga, soltanto sette riuscirono a sopravvivere e arrivarono a destinazione con lui, in condizioni pietose. Tutti gli altri morirono o furono uccisi durante il viaggio.
In seguito, soggiornò quattro anni in un campo profughi in Tailandia, e in quel luogo tramite dei missionari cristiani fu messo in contatto con l’Evangelo. Per tre anni rifiutò con veemenza tutto ciò che riguardava la fede cristiana, al punto che la prima Bibbia che gli fu regalata la usò per arrotolarvi il tabacco e farsi delle sigarette!
Dopo qualche mese gli fu data una seconda Bibbia. Questa volta decise di leggerla da cima a fondo, e Dio toccò la sua coscienza. La potente Parola di Dio, come un martello che spezza il sasso, vinse la sua violenta opposizione.
Il profeta che ha avuto un sogno racconti il sogno, ma chi ha la mia parola riferisca la mia parola fedelmente. Che ha da fare la paglia col frumento?», dice l’Eterno. «La mia parola non è come il fuoco?», dice l’Eterno, «e come un martello che spezza il sasso? (Geremia 23:28-29)
Rientrato in Cambogia, Song mise la sua vita al servizio del Signore, e s’impegna tutt’ora a far conoscere Colui che lo ha meravigliosamente salvato. Ma, nel suo caso, Dio ha dovuto intervenire due volte per farsi ascoltare.
E a te, quante volte Dio ha già parlato, per mezzo di un versetto della sua Parola, o della testimonianza di un credente, o di una circostanza particolare della tua vita?
Perciò, come dice lo Spirito Santo: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nella provocazione, nel giorno della tentazione nel deserto, dove i vostri padri mi tentarono mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant’anni le mie opere. (Ebrei 3:7-9)



