Molti pensano che la conversione consiste in una riforma della condotta, in uno sforzo progressivo verso il bene, e si impegnano a “migliorarsi”. Questi tentativi sono lodevoli, ma sono destinati al fallimento, tanto più se sono messi in atto con lo scopo di meritarsi il favore di Dio.
L’uomo può forse uscire dalla propria miseria morale con le sue proprie risorse? La Parola di Dio dichiara formalmente che noi siamo “senza forza” per fare il bene.
Perché, mentre eravamo ancora senza forza, Cristo a suo tempo è morto per gli empi. (Romani 5:69)
L’esperienza quotidiana conferma purtroppo queste dichiarazioni divine, anche se in certi casi, con gran fatica, si raggiunge qualche miglioramento nel proprio comportamento.
Dio comunque ha le sue risorse. Ma per essere al beneficio di quest’opera dobbiamo prima riconoscerci peccatori perduti e credere che solo in Gesù Cristo possiamo trovare la salvezza; questo significa avere fede.
Ravvedetevi dunque e convertitevi, affinché i vostri peccati siano cancellati, e perché vengano dei tempi di refrigerio dalla presenza del Signore, ed egli mandi Gesù Cristo che è stato predicato prima a voi, che il cielo deve ritenere fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, dei quali Dio ha parlato per bocca di tutti i suoi santi profeti fin dal principio del mondo. (Atti 3:19-21)
E le buone opere? Esse hanno un posto capitale nella vita del credente: sono la necessaria conseguenza della vere fede, ma non sono il mezzo per ottenere la salvezza.
Il credente si comporta in modo degno di Dio non per guadagnarsi il suo favore, ma perché ha sperimentato il suo amore e la sua potenza. Dio infatti lo ha perdonato, lo ha fatto diventare un suo figlio e gli fa dono della vita eterna.
Il credente inoltre desidera onorare il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che lo ha amato fino a morire per lui sulla croce del Calvario.



