I limiti dell’arte medica

Aiutaci a uscire dalle difficoltà, perché vano è il soccorso dell’uomo. (Salmi 108:12)

Quando uno dei suoi interventi era riuscito, Ambrogio Pare, chirurgo della corte di Francia e uomo pio della Riforma, aveva l’abitudine di dire: “Io pensavo, Dio lo guarisce”, in altre parole: “Io no ho fatto altro che curarlo, e Dio che l’ha ristabilito”.

Il suo contemporaneo, il celebre Paracelso, senza condividere apertamente le sue convinzioni, scriveva: “I non credenti chiamano gli uomini in loro soccorso, ma voi credenti, dovete fare appello a Dio, e vi manderà colui che vi restituirà la salute, sia esso un medico o Lui stesso”.

A giusto titolo, noi siamo riconoscenti vero tutti i medici le cui diagnosi e rimedi ci sono stati benefici. Ma abbiamo sempre in mente di ringraziare il nostro Dio? Poiché le nostre vite sono nella sua mano ed è Lui che fa morire e fa vivere.

L’Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nello Sceol e ne fa risalire.  (1 Samuele 2:6)

Qualunque sia lo strumento della guarigione, l’onore deve sempre ritornare al Creatore del nostro corpo. Infatti senza le meravigliose prerogative di quest’ultimo, ogni arte medica sarebbe inutile.

Quanto il re Ezechia fu gravemente malato, Dio rispose alla sua preghiera inviandogli il profeta Isaia.

Che dirò? Egli mi ha parlato ed egli stesso ha fatto questo. Io camminerò lentamente durante tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima. O Signore, mediante queste cose si vive, e in tutte queste cose sta la vita del mio spirito; perciò guariscimi e rendimi la vita! Ecco, è per la mia pace che ho provato grande amarezza; ma nel tuo amore hai liberato la mia anima dalla fossa della corruzione, perché hai gettato dietro le tue spalle tutti i miei peccati. Poiché lo Sceol non può lodarti, la morte non può celebrarti; quelli che scendono nella fossa non possono più sperare nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente è quello che ti loda, come faccio io quest’oggi; il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà. L’Eterno mi salverà; e noi canteremo i miei cantici con gli strumenti a corda, tutti i giorni della nostra vita nella casa dell’Eterno». Or Isaia aveva detto: «Si prenda un impiastro di fichi, lo si applichi sull’ulcera ed egli guarirà». Ezechia aveva detto: «Qual è il segno per cui salirò alla casa dell’Eterno?». (Isaia 38:11-22)

Quando Ezechia fu guarito, non lo vediamo lodare Isaia per il suo eccellente rimedio, ma ringraziò Dio per il suo ristabilimento.

Guariscimi, o Eterno, e sarò guarito, salvami e sarò salvato, perché tu sei la mia lode. (Geremia 17:14)

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