La nobiltà dell’amore

Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo. (Efesini 4:32)

Una parola offensiva, ed ecco che l’amor proprio è ferito; ci si ripensa, se ne parla ad altri, si rimugina, ed eccoci pieni di rancore. Questo sentimento esplode allora con parole dure e incontrollate, che sovente hanno delle conseguenze irreversibili.

Ma l’amore vero non s’inasprisce. L’amore ci protegge da tali reazioni. Si può provare una giusta indignazione quando si vede che il misero è maltrattato o la Parola di Dio attaccata e contrastata, ma l’indignazione secondo Dio non dipende mai da qualcosa compiuto contro di noi.

Quando Gesù purificò il tempio, era indignato a causa della profanazione della casa di suo Padre; ma quando fu attaccato o umiliato, non si è mai adirato e non si è difeso.

Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi. E disse loro: «È scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”, ma voi ne fate un covo di ladri». (Matteo 21:12-13)

L’amore non addebita il male. Addebitare una colpa significa “tenerne conto”, come quando si fa una somma in contabilità; le registrazioni contabili hanno lo scopo di mantenerne la memoria, e si possono consultare all’occorrenza.

In contabilità è obbligatorio scrivere tutto ciò che ci è dovuto, ma nelle nostre relazioni con gli altri, tenere il conto di tutto quello che gli altri fanno contro di noi è la via che sfocia nell’amarezza e del disgusto.

Beato l’uomo al quale il Signore non addebita affatto il peccato. (Romani 4:8)

L’amore non “tiene dei conti”, perché non dà adito né al risentimento né al rancore. Se Dio ha cancellato i nostri numerosi peccati, se non ci imputa le nostre colpe, a maggior ragione noi dobbiamo perdonare e dimenticare i torti che ci sono stati fatti!

Perdonare significa non temerne più conto. Che liberazione!

 

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