L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni ed è sazio d’affanni. Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura. (Giobbe 14:1-2)
Le gigantesche piramidi d’Egitto dimostrano l’avanzato grado di conoscenze tecniche e architettoniche di quell’epoca. Ma svelano anche la credenza di quell’antico popolo in una vita dopo la morte.
Questo concetto è comune a tutte le civiltà e a tutte le culture, antiche e moderne, ed è nel pensiero anche di molti atei. Alla morte del rivoluzionario politico nord-vietnamita Ho Chi Minh (1890-1969) lessero nel suo testamento, di fronte alle personalità più eminenti del mondo comunista, questa frase: “Vado a ritrovare i compagni Marx, Lenin ed Engels”.
Come spiegare questa credenza universale? Non è forse parte della coscienza naturale che Dio ha dato?
Per l’uomo, la morte è come un muro oltre il quale non si riesce a vedere. Ma il Signore Gesù ha fatto breccia in quel muro; è morto sulla croce, è stato messo in una tomba ed è risuscitato dai morti il terzo giorno. Colui che ha trionfato sulla morte ci dà quindi la prova che la nostra esistenza non termina con la morte. Siamo creature destinate all’eternità, ma soltanto la fede in Cristo ci lega a Lui e ci garantisce una felicità eterna.
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» (Giovanni 11:25-26)




