Quando il suo spirito se ne va, egli ritorna alla terra, e in quello stesso giorno i suoi progetti periscono. (Salmi 146:4)
Nel suo celebre romanzo “Il primo cerchio”, Aleksandr Solzenicyn elenca le dolorose domande di Ephrem sul senso della sua vita.
Dopo avere aver trascorso il tempo a vivere solo per sé e per il piacere dei sensi, Ephrem si vede, nel pieno dell’età virile, bloccato da un cancro. La sua malattia lo porta a riflettere su “ciò che fa vivere” gli uomini.
Interroga a turno i suoi compagni di camera ed ottiene le più svariate risposte …
Ma lui, Ephrem, è cosciente che nessuno dei motivi tirati in ballo (lavoro, onori, potere, ideali comuni) resiste di fronte alla morte.
Anche noi ci possiamo porre la domanda: “Che cosa mi fa vivere?” Forse siamo pieni di amari rimpianti o di dolorose delusioni, o invece proviamo un piacere reale nel realizzare quello che è bene e bello.
Tutto questo, comunque sia, è sufficiente davanti alla morte? E poi, questa vita che ci anima con tanta energia è destinata a cessare completamente? Chi può istruirci sulla sua origine e sul suo futuro?
Uno solo può farlo: Dio. E’ lui che dà la vita e che la mantiene. Il fatto stesso che viviamo dimostra la sua esistenza. Ora, Dio ha parlato e parla ancora.
La nostra responsabilità è dunque di crederlo, di accettare la sua Parola, la Bibbia. Per mezzo di essa, Dio dà una vita nuova a chi crede. Così il credente può vivere con tranquillità e con gioia, senza timore della morte.
E neppure temerà che la sua vita risulti inutile se la vivrà confidandosi nel suo Signore per tutto ciò che lo riguarda.
Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbato la fede. Per il resto, mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione. (2 Timoteo 4:7-8)



