Or tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, mentre si spostavano verso sud, essi trovarono una pianura nel paese di Scinar, e vi si stabilirono. E si dissero l’un l’altro: «Orsù, facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». E usarono mattoni invece di pietre e bitume invece di malta. E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome, per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra». (Genesi 11:1-4)
La città era Babele. Gli uomini di quel tempo volevano farsi un nome, e così avevano deciso di costruirsi una città con una torre la cui cima toccasse il cielo.
Ma egli dà una grazia ancor più grande; perciò dice: «Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili». (Giacomo 4:6)
Orgoglio ridicolo, ma sempre attuale!
Non possiamo trattare con Dio come se fosse nostro pari. Per conoscerlo, dobbiamo prima essere coscienti della sua grandezza, come pure della sua bontà.
Leggiamo anche che gli abitanti di Babele avevano timore di essere dispersi. Questa paura di scomparire, di essere anonimi, spesso la sentiamo anche noi, non è vero? Come dissipare tali angosce?
Certamente non costruendoci la vita a forza di lavoro, né attingendo alle nostre risorse per raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo. Una tale strategia personale non ci farebbe entrare nella ricchezza di relazioni vere, profonde, amorevoli. Ci allontanerebbe da Dio.
Invece, quando crediamo in Gesù, la nostra aspirazione alla sicurezza, come pure la nostra sete d’eternità, trovano in lui la risposta. Fino al momento in cui Dio c’introdurrà nella città celeste, quell’infinita sfera d’amore di cui Gesù è il centro e la gioia.



