Morto benché vivo

Ma il mattino dopo, quando l’effetto del vino gli era passato, la moglie raccontò a Nabal queste cose; allora il cuore dentro di lui venne meno ed egli rimase come un sasso. (1 Samuele 25:37)

Sainte Beuve, scrittore francese del XIX secolo, molto onorato per la sua sapienza, ma non credente, scriveva un giorno ad un amico:

“La tua lettera mi ha toccato, ma io, in presenza dei tuoi elogi, mi sento sempre così poco degno! Sono passato allo stato di pura intelligenza critica e assisto con occhio amareggiato alla morte del mio cuore. Giudico me stesso e mi sento calmo, indifferente. Sono morto e mi vedo morto, senza che questo mi emozioni o mi turbi. Da dove viene questo mio strano stato? E’ proprio questo il mio problema: ciò che la gente chiama comunemente cuore è morto in me. L’intelligenza risplende su questo cimitero come una luna morta”.

C’è dunque, persino secondo il parare degli increduli, uno stato in cui si è vivi agli occhi del mondo, con l’intelligenza aperta alle scienze, alle arti, alla ricerca del guadagno e del piacere, ma in cui il cuore è morto. L’esperienza di uomini senza Dio conferma così ciò che Dio stesso dice, quando fa scrivere dall’apostolo Paolo a quelli che vivevano lontani da Lui:

Egli ha vivificato anche voi, che eravate morti nei falli e nei peccati, nei quali già camminaste, seguendo il corso di questo mondo, secondo il principe della potestà dell’aria, dello spirito che al presente opera nei figli della disubbidienza, fra i quali anche noi tutti un tempo vivemmo nelle concupiscenze della nostra carne, adempiendo i desideri della carne e della mente, ed eravamo per natura figli d’ira, come anche gli altri. (Efesini 2:1-3)

C’è un’altra vita, diversa da quella dove regna l’intelligenza umana. E’ quella che si acquisisce mediante la fede in Cristo, che viene da Dio ed è eterna. L’hai ricevuta e ne godi fin da oggi?

Chi crede nel Figlio ha vita eterna, ma chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio dimora su di lui. (Giovanni 3:36)

Gli uomini dal “cuore morto”, come lo scrittore, possono suscitare entusiasmo e ammirazione nei contemporanei durante la loro vita. Al loro funerale si faranno dei bei discorsi, si farà l’elogio dei loro talenti e delle loro virtù; forse si erigeranno dei monumenti in loro memoria. Ma attraversata con la morte la soglia dell’eternità, non possono entrare nel regno dei cieli perché non sono nati di nuovo.

Gesù gli rispose e disse: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». (Giovanni 3:3)

Soltanto chi possiede Gesù Cristo come proprio Salvatore possiede la vita eterna.

Ma si doveva fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. (Luca 15:32)

Per l’anima, non c’è veleno più nocivo dell’incredulità. Se riconosci di aver preso a lungo questo veleno, c’è ancora speranza per te. Così, come sei, grida a Lui, come fece Felice Neff, che diventò poi un servitore di Dio: “O Dio! Salva la mia anima!”

Dio esaudì la sua preghiera ed esaudirà anche la tua. Nella Scrittura leggiamo: Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. (Ezechiele 36:26)

A chi lo ricerca, Dio dà un cuore nuovo e la certezza del suo amore.

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