Dopo l’incidente, i suoi amici, i cuoi vicini di casa quasi tutti quelli che la incontrano le dicono “Coraggio!”
Ma queste parole apparentemente affettuose la irritano e segretamente la fanno indignare. Il suo unico figlio è paralizzato. Gli interrogativi si affollano nella sua mente con angoscia. Riacquisterà l’uso delle gambe? Come poter immaginare la sua vita su una sedia a rotelle? Qualcosa si è spezzata in lei e si ritrova senza energia.
“Coraggio? Io e mio marito – risponde – non ne abbiamo affatto!”
Se si augura coraggio a qualcuno che è abbattuto, bisogna anche presentargli un modo per riprendere coraggio, altrimenti questo resta un augurio senza senso e può anche fare del male.
Ed ecco, gli fu presentato un paralitico disteso sopra un letto; e Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, fatti animo, i tuoi peccati ti sono perdonati!». (Matteo 9:2)
I discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!». E si misero a gridare dalla paura; ma subito Gesù parlò loro, dicendo: «Rassicuratevi; sono io, non temete!». (Matteo 14:26-27)
Nei Vangeli udiamo spesso Gesù incoraggiare le persone, ma Lui possiede la capacità, l’amore e un motivo per farlo.
Egli è il Salvatore, colui che ha donato la sua vita per la salvezza degli uomini. Egli è venuto da Dio e al quale Dio ha dato ogni potere. Egli ha vinto il peccato e la morte.
Gesù può parlare così perché comprende la natura umana. Conosce la nostra fragilità e il modo in cui le circostanze influenzano il nostro spirito e i nostri sentimenti. Poiché è stato uomo, può capire un cuore scoraggiato; e poiché è Dio, può recare a questo cuore la risposta che viene dall’alto:
Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me; nel mondo avrete tribolazione, ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo». (Giovanni 16:33)



