Un antico autore, Henri de Mirmand (1650-1721), ha scritto quanto segue:
“Ci invitano a famigliarizzare con l’idea della morte, e si dimenticano che bisognerebbe dapprima famigliarizzare con Dio, e approfittare della sua misericordia in Gesù Cristo. Se ci avvicinassimo a Lui, come dei fanciulli ripieni d’amore per Lui, perché non sarebbe possibile che il pensiero di trovarci nella sua compagnia non sia per noi una sorgente di gioia?”
La vera ragione per cui temiamo la morte, è che noi amiamo Dio troppo debolmente il rimedio è appropriarci delle verità dell’Evangelo che ci permetterebbero di dire con l’apostolo Paolo:
Ma non so se il vivere nella carne sia per me un lavoro fruttuoso, né posso dire che cosa dovrei scegliere, perché sono stretto da due lati: avendo il desiderio di partire da questa tenda e di essere con Cristo, il che mi sarebbe di gran lunga migliore, ma il rimanere nella carne è più necessario per voi. (Filippesi 1:22-24)
Certo l’autore non poteva dimenticare il dolore delle separazioni dai propri cari, dolore che il Signore comprende. E’ così che egli scriveva ad un amico, tre mesi prima della sua fine che fu oltremodo penosa:
“La ringrazio di compatire con le sofferenze attraverso le quali Dio trova bene di farmi passare. Egli mi accorda la grazie di essere contento del mio stato. E se mi chiama a glorificarlo con la mia pazienza e la mia sottomissione alla sua volontà accordandomi per questo il soccorso necessario, devo essere soddisfatto, poiché purché Dio sia glorificato, ciò mi basta. Non affliggetevi dunque a mio riguardo e non cessate di ricordarvi di me nelle vostre preghiere, affinché, a mano a mano che l’uomo esteriore deperisce in me, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.”
Infatti io sono persuaso che né morte né vita né angeli né principati né potenze né cose presenti né cose future, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore. (Romani 8:38-39)



