Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Molto più dunque, essendo ora giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Infatti, se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio, molto più ora, che siamo stati riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. (Romani 5:8-10)
Mefiboset era il nipote di re Saulo; il nonno, il padre e gli zii erano morti in guerra.
Il nuovo re, Davide, avrebbe potuto farlo morire in quanto, in teoria, anche lui era un pretendente al trono. Aveva questo timore, perché Saul aveva perseguitato Davide e la sua famiglia.
Fu in seguito a una Fuga precipitosa e a una caduta che il giovane Mefiboset restò infermo, zoppo per tutta la vita; viveva nascosto, lontano dalla scena reale dove sembrava che tutti l’avessero dimenticato.
Ma ecco che un giorno il re Davide lo convoca. Possiamo immaginare la sua apprensione: il re vorrà vendicarsi? Ma no, Davide invece vuole fargli del bene; egli dichiara davanti a tutti che Mefiboset mangerà sempre alla sua tavola come uno dei suoi figli!
Davide disse: «È rimasto ancora qualcuno della casa di Saul, a cui io possa usare bontà per amore di Gionathan?». Ora vi era un servo della casa di Saul, chiamato Tsiba, che fu fatto venire da Davide. Il re gli disse: «Sei tu Tsiba?». Egli rispose: «Servo tuo». Il re poi domandò: «Non c’è più nessuno della casa di Saul, a cui possa usare la bontà di DIO?». Tsiba rispose al re: «C’è ancora un figlio di Gionathan, che ha i piedi storpi». Il re gli disse: «Dov’è?». Tsiba rispose al re: «È in casa di Makir, figlio di Ammiel, a Lodebar».
Allora il re Davide lo mandò a prendere dalla casa di Makir, figlio di Ammiel, a Lodebar. Così Mefibosceth, figlio di Gionathan, figlio di Saul venne da Davide, si gettò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse: «Mefibosceth!». Egli rispose: «Ecco il tuo servo!». Davide gli disse: «Non temere, perché intendo usarti bontà per amore di Gionathan tuo padre; ti restituirò tutte le terre di Saul tuo antenato e tu mangerai sempre alla mia mensa». Mefibosceth si prostrò e disse: «Che cos’è il tuo servo, perché tu tenga conto di un cane morto come me?».
Allora il re chiamò Tsiba, servo di Saul, e gli disse: «Tutto ciò che apparteneva a Saul e a tutta la sua casa, lo do al figlio del tuo signore. Tu dunque, assieme ai tuoi figli e ai tuoi servi, lavorerai per lui la terra e ne raccoglierai i prodotti, affinché il figlio del tuo signore abbia pane da mangiare; ma Mefibosceth, figlio del tuo signore, mangerà sempre alla mia mensa».
Or Tsiba aveva quindici figli e venti servi. Tsiba disse al re: «Il tuo servo farà tutto ciò che il re mio signore comanda al suo servo». Così Mefibosceth mangiava alla mensa di Davide come uno dei figli del re. Or Mefibosceth aveva un figlioletto di nome Mika; e tutti quelli che stavano in casa di Tsiba erano servi di Mefibosceth. Mefibosceth risiedeva a Gerusalemme perché mangiava sempre alla mensa del re. Era storpio di ambedue i piedi. (2 Samuele 9:1-13)
Questo racconto della Bibbia ci fa pensare alla nostra diffidenza nei confronti di Dio. Non abbiamo forse timore che egli ci giudichi con durezza?
Il Vangelo ci annuncia il contrario: Dio desidera riceverci come suoi figli. Egli vuole che viviamo in una relazione di intimità con lui, come un figlio del re invitato alla tavola di suo padre.
Perché Dio ci accoglie in questo modo? Può ricevere alla sua presenza delle persone che avevano dei pensieri malvagi verso di lui?
No; egli ha dato il suo Figlio per riconciliarci con sé, prova suprema del suo interesse per noi. L’invito regale di Gesù fa svanire tutta la nostra diffidenza verso di lui. Non siamo toccati dalla sua dedizione fino alla morte, che egli ha affrontato per noi che non lo amavamo?
Vedete quale amore il Padre ha profuso su di noi, facendoci chiamare figli di Dio. La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. (1 Giovanni 3:1)



